dal 2024 in Islanda sarà vietato cacciare le Balene

11 aprile 2022 – Meet us, don’t eat us. Incontraci, non mangiarci. Uno slogan fortunato che ha indotto alla diserzione dal gruppo dei killer delle balene uno dei tre Paesi che ancora consideravano accettabile lo sterminio dei Moby Dick sopravvissuti a due secoli di caccia indiscriminata. L’Islanda ha abbandonato il fronte che aveva rotto la moratoria proclamata nel 1986 dalla comunità scientifica internazionale a difesa del più grande mammifero della Terra. Le licenze attuali non saranno rinnovate: non si cacceranno più balene a partire dal 2024. A lanciare gli arpioni sono rimasti solo Giappone e Norvegia.

E’ difficile dire se sia una decisione motivata dalla crescita della sensibilità ambientale o dallo spostamento degli equilibri economici. Anche perché – come avviene in molti altri campi – i due fattori sono strettamente intrecciati. Trovare una persona sotto i 40 anni che nei Paese balenieri si metta effettivamente nel piatto un trancio di balena è veramente difficile. E anche tra gli over 60 sono pochi ad associare l’amarcord giovanile con uno spuntino romantico a base di balena. Tanto che secondo l’Ifaw (International Fund for Animal Welfare) il bacino dei potenziali clienti per la bistecca di balena si riduce al 2% degli islandesi. Anche in Giappone i numeri sono analoghi.

Fino a qualche anno fa restavano i turisti. O per meglio dire i turisti convinti di adeguarsi alle usanze locali ordinando un piatto a base di balena. Facendo due conti si è visto però che i turisti che preferivano venire in Islanda per guardare le balene invece che per mangiarle erano molti di più. Il Paese ha dovuto scegliere un profilo turistico e ha optato per quello più in linea con i desideri dei due milioni di visitatori annui. Una balena vale più da viva che da morta.

Anche perché parliamo di animali piuttosto rari. Delle 250 mila balenottere azzurre che battevano i mari del Sud è rimasta solo una piccola rappresentanza: circa 3 mila esemplari. In tutto il mondo resta meno di un milione di giganti del mare..

Alla caccia con gli arpioni esplosivi si sommano altri fattori di rischio. L’inquinamento da petrolio, metalli pesanti, diossine e pcb che, accumulandosi nei grassi della balena la rende un piatto ad alto rischio. E infatti i giapponesi pubblicizzano le loro balene antartiche come sicure perché provenienti da mari – relativamente – incontaminati.

Poi ci sono le collisioni con le navi e le catture accidentali nelle spadare e in altre reti killer. Infine la crisi climatica che sta modificando gli oceani: ad esempio nell’area antartica si osserva un aumento delle meduse, mentre diminuisce il plancton di cui si nutrono le balene.

Ecco perché è nata la battaglia per i santuari dei cetacei. E nel Mediterraneo ne è stato creato uno tra la Costa Azzurra, le Bocche di Bonifacio e la Liguria. Una decisione irrobustita da un whale watching in rapida crescita in tutto il mondo. In Islanda un turista su cinque, secondo i dati Ifaw, viene sull’isola munito di cannocchiale e macchina fotografica per catturare l’immagine di una balena. Generando un fatturato annuo pari a circa 11 milioni di euro e passandosi l’elenco dei ristoranti che si definiscono “whale friendly”. 

Purtroppo ci sono voluti 15 anni, dal momento in cui l’Islanda ha ripreso la caccia, per capire che non si tratta di un’attività importante per un Paese che ha un’economia altamente diversificata e punta sempre più sull’ecoturismo”, commenta Alessandro Giannì, responsabile delle campagne di Grenpeace. “Per anni abbiamo denunciato e fotografato gli stock di carni di balena che giacevano invenduti a imputridirsi nei magazzini o in discarica per alimentare il mito delle nazioni baleniere. Ora finalmente la verità comincia a emergere”.

Fonte: huffingtonpost

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